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Esserci per vivere
di Leo Valeriano

Ormai, quasi ossessivamente, i media non fanno che parlare della crisi economica che sta investendo il mondo intero e, di conseguenza, anche l’Italia. Ovviamente, ci chiediamo se questa è solo una crisi economica o non, piuttosto, anche una crisi di valori. Una civiltà dell’immagine, per giunta globalizzata, non offre valori coinvolgenti, da seguire. Nella migliore delle ipotesi, possiamo prevedere una stagnazione del sistema di vita, ma anche della morale. Nella peggiore, una involuzione. Ed è difficile intravedere una via d’uscita. L’uomo del 2000 si sente impotente, non riuscendo a comprendere più, come esercitare quella funzione “democratica” che sembrava dover essere l’aspetto migliore più esaltante della nostra attuale società. Purtroppo, siamo stati abituati (addomesticati) a vivere in questa maniera. Lentamente ci hanno tolto il gusto dei valori veri e, anziché farci crescere come esseri umani, ci hanno permesso di crescere solo come consumatori. E ce lo dicono, anche. Si parla sempre dei “consumatori”, non più delle persone. E, di conseguenza, noi non siamo più una comunità umana: siamo un mercato. Ci avete fatto caso? Si parla solo della libertà del mercato. Io sarò una persona semplice e forse fuori moda, ma quando sento parlare della borsa, delle azioni, del mercato appunto, mi sembra di trovarmi nel tempo sbagliato, in un Paese sbagliato, tra gente sbagliata. In un mondo di ragionieri. Per me il mercato era quello dove si vendevano le verdure, dove c’erano bancarelle di ogni tipo,  e dove si mercanteggiava, appunto. Adesso il mercato è la vita. Ma so benissimo che, in effetti, non è esattamente così. Non è possibile. Credo che a volte, basterebbe riflettere un po’ più seriamente su quello che diciamo. E che pensiamo. Come affrontare in maniera seria la crisi che ci minaccia.
Almeno quella economica, per cominciare.
Iniziamo a dire che, chi ha la possibilità di farlo, dovrebbe assumersi il compito di sollevare il velo che nasconde le molte verità che intuiamo, ma che non conosciamo. Rendere consapevoli le persone di quello che succede veramente, può creare diversi malumori; ma almeno si saprà da che cosa derivano. Adesso i malumori ci sono lo stesso e, se non vengono calmati, prima o poi esploderanno. Quindi, sarebbe il caso di lasciar perdere, almeno per un po’, tutti gli strani discorsi che si fanno circa il mercato che ci costringe a vivere male. Certi fatti vengono compresi da chiunque e sappiamo che il più delle volte i prezzi aumentano quando c’è una maggiore richiesta. Ma sappiamo anche che questo fatto può avere un nome preciso: speculazione.
Ed ora è scoppiata la cosiddetta crisi, ma in realtà, cosa è successo? È successo che in un soffio di tempo, ci siamo accorti che il mercato fatto di parole non regge più. Che si è trattato di un colossale imbroglio, di una macchinazione messa in atto da fanatici, alla ricerca del paradiso terrestre del globalismo in cui avrebbe dovuto imperare, appunto, il mercato!
Si cominciò con la sostituzione dell’oro che era rappresentato dalla carta moneta, con un’altra carta moneta: il dollaro. Nelle diverse nazioni, invece di esserci dei forzieri d’oro, si sono create riserve di dollari. Pezzi di carta. Ma sono pezzi di carta a cui abbiamo attribuito un valore. Quello dell’oro che dovrebbe essere conservato in America. Ma, mentre l’oro non si aumenta con la bacchetta magica, i dollari possono essere stampati. E duplicati. E decuplicati. Quindi, il loro valore proporzionale, diminuisce.
Comunque, adesso bisogna cominciare a rimboccarsi le maniche se vogliamo attenuare i colpi di una crisi che tutti annunciavano ma che nessuno ha tentato di evitare. Ma questo si può fare solamente se troviamo degli effettivi motivi per farlo. E  se ne abbiamo i mezzi. Se, come ho detto, non ci sentiamo più presi in giro. Se ci permettono di comprendere quello che succede realmente. Se ci permettono di fare, effettivamente, la nostra parte. Di collaborare direttamente. Finita l’epoca delle parole, dovrebbe essere il momento dei fatti. Credo che valga la pena di rifletterci. Ma non per evitare i problemi: per affrontarli seriamente.


20 Marzo 2009
 
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