Non è facile immaginare che il 22 marzo non esisterà più Alleanza Nazionale; per molti rappresenta una seconda casa, una comunità di amici, una teca di Valori da difendere.
Eppure proprio quei Valori entreranno a far parte di un mondo più ampio dimostrando che Giorgio Almirante ci aveva visto bene puntando sul giovane Fini; la sua creatura avrebbe raddoppiato i voti e col nome di Alleanza Nazionale la politica di destra non sarebbe più stata il polo escluso bensì ed a pieno titolo, la politica di tutti gli italiani.
Ed ora, il 27 marzo, vedrà la luce il Popolo della Libertà, un partito che racchiude quindici anni di coalizione con gli amici di Forza Italia; un Pdl che consente il rafforzamento del bipolarismo, la nascita del sistema bipartitico fondato su due grandi partiti, una semplificazione politica sostanziosa che giova al Paese ed agli elettori, la lotta al proliferare dei partitini dello “zero virgola.”
Ad onor del vero grande impulso è arrivato dal centro-sinistra che ha creato, in tempi forse troppo rapidi, il Partito Democratico che oggi risente negativamente di quella fusione a freddo, di una variegata linea politica, per usare un eufemismo, dell’assenza di un leader indiscusso.
Il Pdl nasce invece sotto altri auspici: condivide una cornice di Valori da arricchire con sensibilità, anime, correnti, punti di vista anche differenti e sotto la guida di un leader indiscusso, Silvio Berlusconi. Ma ciò non basterà se non sarà chiaro, fin da subito, quale partito sarà il partito che sta per nascere.
Qualcuno lo definisce leggero, qualcun’altro pesante; sarà il partito degli italiani o per gli italiani; il partito degli elettori, magari delle primarie. Io ho un’idea che si fonda, oggi controcorrente, sulla convinzione che il partito, la comunità di uomini accomunati da idee simili e mai eguali, sia ancora un riferimento per gli italiani.
Altro che partito leggero governato da uno e riempito da tanti yes man; pretendo la carta dei valori, voglio sapere come sarà la democrazia interna; come si eleggerà il leader; ogni quanto verranno convocate le assemblee, i congressi, gli incontri; come sarà selezionata la classe dirigente e formate le nuove leve; che fine farà la militanza, chi trasmetterà la disinteressata passione politica nelle strade, tra la gente; che fine farà la meritocrazia.
Proprio sul tema meritocratico mi fermerei un attimo a riflettere. An e prima il Msi hanno insegnato che i giovani militanti crescono nelle università, si mettono in gioco nei consigli di facoltà, poi nelle zone, nei comuni, nelle province, nelle regioni; solo allora se saranno stati bravi, onesti, e capaci, il partito valuterà se saranno una risorsa per il Parlamento. Oggi tutto avviene solo raramente: vallette e ballerine, uomini dello sport e personaggi mediatici diventano il contenitore vuoto, l’apparire più che l’essere che porta consensi ma non indica soluzioni. Il Pdl non dovrà essere ciò: vogliamo gente che ami la politica, che pensi con la lungimiranza delle idee e non l’avidità del potere che deve proteggere; che governi per il bene del Paese e non con l’incapacità di saper leggere solo i sondaggi; che sappia andare contro corrente anziché nella direzione sbagliata. Vogliamo un partito che faccia dell’etica un punto di riferimento fondamentale per insegnare che la politica è ancora una nobile arte.
Allora mi piacerebbe che il partito che nascerà dalle ceneri di Alleanza Nazionale sia un partito ancora più serio di AN. Un partito strutturato, presente sul territorio dove il sindaco o il consigliere, si ricordi di essere parte di un gruppo, di un progetto più ampio della sua rielezione; ciò sarà possibile solo se il Pdl sarà in grado di puntare su una seria classe dirigente, sui giovani e sulla loro formazione. Altrimenti saremo un partito di plastica espressione del capo di turno e rischieremo di cadere nel teatrino della politica, tra leggi ad personam, indulti, condoni, ed immunità. Ed a quel punto si, avremmo spento la fiamma.
20 Marzo 2009