Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli senatori, voglio partire anch'io, come altri colleghi, dal rivolgere il mio ringraziamento al relatore, ai presidenti di Commissione Baldassarri, Azzollini, Vizzini, che in questi mesi molto hanno lavorato per il raggiungimento di questo traguardo, a tutti i colleghi delle Commissioni, ai rappresentanti del Governo, numerosi, e, tra i tanti, ai ministri Calderoli e Fitto che fin dall'inizio hanno dato un contributo di passione e di competenza. Il disegno di legge che ci accingiamo a votare, molto importante, che sta arrivando in terza lettura all'approvazione definitiva, contiene principi di grande rilevanza, quale una responsabilizzazione della spesa, in un impianto però solidale, a livello dello Stato unitario. Non ci sono parti del territorio che resteranno abbandonate. Non avremo però più amministrazioni in cui si spende a piè di lista, ma avremo amministratori che dovranno procurarsi le entrate e valutare con maggiore attenzione il livello delle spese.
Vogliamo uno Stato più moderno e questa legge è il primo grande banco di prova di questa legislatura, approvata - come è stato ricordato - dopo un anno dall'insediamento del presidente Schifani e dall'avvio del nostro impegno di legislatori.
Questa legge ci consentirà di razionalizzare la spesa, di combattere gli sprechi, di garantire meccanismi di solidarietà all'interno dello Stato. È una sfida che anche il Sud accetta ed affronta con determinazione. Questo provvedimento contiene norme che riguardano il Sud, dalla città di Reggio Calabria alle Regioni a statuto speciale, a tanti territori del Mezzogiorno che trovano risposte importanti.
Vogliamo più velocità nelle istituzioni. E il Popolo della Libertà, con la Lega, ha sottoscritto un patto politico che oggi raccoglie ancora più di ieri il consenso della maggioranza degli italiani. Ed è in ragione di tale patto che oggi giungiamo a questo traguardo. Con la maggioranza degli italiani andremo avanti in queste scelte fondamentali.
Voglio ricordare che questa non è una legge di alcuni contro altri, non è il federalismo del Nord contro il Sud. Voglio ricordare le norme per Roma capitale che sono state inserite in questa legge e che riconoscono per la prima volta il ruolo istituzionale della città capitale dello Stato.
Ci siamo confrontati, abbiamo discusso e questi atti smentiscono le letture un po' prevenute e superficiali di alcuni nostri avversari. Prendiamo atto però, nel contempo, del ruolo propositivo dell'opposizione, che anche oggi è emerso in tanti aspetti e in tanti interventi, e non lo sottovalutiamo. Ci auguriamo di poter lavorare insieme con lo stesso spirito nella Commissione bicamerale che sarà chiamata ad approvare i decreti di attuazione. Abbiamo voluto insieme una Commissione bicamerale proprio perché questa legge nasce in Parlamento, appartiene al Parlamento e il Parlamento dovrà attuarla, farla vivere e renderla una grande risorsa per tutta la Nazione.
Dovremo andare avanti per valorizzare il ruolo delle Regioni e degli enti locali, lo sviluppo delle aree a minore crescita e semplificare il sistema tributario; meglio sarebbe stato, colleghi dell'opposizione, se oggi aveste approvato quell'ordine del giorno del presidente Baldassarri che impegna ad affrontare con maggior vigore, fin dal prossimo DPEF, i temi della riforma fiscale. Completeremo questo lavoro con il codice delle autonomie locali, che sarà una tappa importante che affronteremo già dalle prossime settimane.
Vogliamo ricordare in questa legge il fondo perequativo per le Regioni con maggiore capacità fiscale; perché questo è un federalismo che si collega ad un principio di sussidiarietà, al riconoscimento dei corpi intermedi e al rispetto delle comunità locali.
Vogliamo insomma mettere un po' di ordine in quella riforma disordinata del Titolo V della Costituzione che la sinistra fece in fretta e con maggioranze risicate. Cominciamo a fare una riforma vera dello Stato, non le riforme con tre voti di maggioranza. Anche l'esito della votazione di oggi dimostrerà la nostra maggiore saggezza.
È giusto fare riforme insieme, ma deve essere un atto di volontà politica. La ricerca di convergenze non può nascere da ostruzionismi o da impedimenti ad un processo riformatore che il Paese da troppo tempo attende e del quale ha bisogno. Nei giorni scorsi Panebianco ha scritto sul «Corriere della Sera» che «la Costituzione del '48 (...) aveva concesso solo deboli prerogative al capo del Governo. Non ci si faccia ingannare» - prosegue Panebianco - «dalla forza che concentra in sé oggi il premier Berlusconi: si tratta di una forza che ha ragioni politiche, non istituzionali». La Costituzione è quella dei governicchi, era quella delle crisi ogni sei mesi: è la forza del Governo e della maggioranza che dà stabilità al Paese, ma servono riforme per rendere permanente tutto ciò.
Vogliamo quindi dire di sì al concorso delle volontà, ma diremo di no a un diritto di veto che condannerebbe all'immobilismo. La Costituzione si può cambiare: non è un totem ed è il capitolo ulteriore dopo questa sfida importante sul federalismo fiscale. Fermi i princìpi fondamentali, si possono introdurre innovazioni. Pietro Calamandrei disse: «La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione» - continua Calamandrei - «è un pezzo di carta, lo lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile». Noi vogliamo mettere, quindi, il combustibile del federalismo, il combustibile del presidenzialismo, il combustibile di una nuova Costituzione per la Repubblica italiana.
Quando arrivarono al termine i lavori dell'Assemblea costituente, Meuccio Ruini, Benedetto Croce e lo stesso Calamandrei dissero che si sarebbe presto giunti ad un tempo in cui la Carta Costituzionale sarebbe stata necessariamente riformata. Ecco perché, approvando questa legge ordinaria, guardiamo già al traguardo di una riforma costituzionale che è anticipata, appunto, da questa legge.
Il 7 gennaio 1981, intervenendo al comitato centrale del Partito comunista italiano, di cui era allora uno degli esponenti più autorevoli, Giorgio Napolitano affermava: si deve giungere ad una svolta effettiva nei metodi di governo, nel modo di concepire ed esercitare il potere, nei rapporti tra partiti, Stato e società, riaffermando pienamente i princìpi e le linee della Costituzione e ponendo mano a riforme e misure capaci di garantire il corretto ed efficace funzionamento delle istituzioni. Ventotto anni fa, l'attuale Presidente della Repubblica, che nel Partito comunista italiano era una delle menti più aperte alle riforme, riconosceva inequivocabilmente la necessità di adeguamenti e ammodernamenti della nostra Costituzione.
Gli storici discorsi di Croce e Calamandrei, che prima ricordavo, andrebbero riletti oggi con attenzione, di fronte al tentativo di affermare il principio antistorico e antigiuridico del dogma della immutabilità della Costituzione, secondo il quale chi vuole aggiornare alcune parti del nostro testo fondamentale sarebbe una sorta di sovvertitore della democrazia. Cari colleghi (e rispondo anche alla presidente Finocchiaro, al di là delle schermaglie su Senati federali o meno), la difesa e il rispetto dei princìpi fondamentali della Costituzione non implica l'immobilismo per quanto riguarda la seconda parte della Carta. I nemici della democrazia sono coloro che negano le riforme, perché uno Stato obsoleto, non in sintonia con le esigenze dei cittadini, finisce per delegittimarsi. Una democrazia, se opportunamente riformata, invece si rafforza.
Il rafforzamento dei poteri dell'Esecutivo ed altri capitoli andranno affrontati con coraggio e con spirito innovativo: ed è quanto vogliamo fare. Noi siamo lieti che su questo testo si sia realizzata una convergenza più ampia e siamo pronti ad accettare, sul terreno delle ulteriori e più importanti riforme, l'esigenza del confronto. Ribadisco, però, che non siamo disposti a subire i veti dell'immobilismo. Noi faremo le riforme in questa legislatura anche perché questo non lo hanno detto solo i Padri costituenti che mi sono permesso di ricordare né lo diceva, circa trent'anni fa, solo Giorgio Napolitano, ma lo dice la realtà della Costituzione materiale, quella che gli italiani vivono ogni giorno con una democrazia diretta che si è affermata fortemente, con una democrazia dei territori che è cresciuta con l'elezione diretta dei sindaci e dei Presidenti delle Regioni.
Quindi, con questa legge sul federalismo fiscale, noi facciamo partire la stagione delle riforme e speriamo, cari colleghi, di essere in tanti al traguardo. Il Popolo della Libertà ci sarà con la maggioranza degli italiani.
30 Aprile 2009