Non rappresenta di certo un terremoto l’esito italiano delle elezioni europee, giacchè un autentico sconvolgimento è avvenuto l’anno scorso, mentre quella odierna può essere definita una scossa d’assestamento.
Per valutare l’esatta portata del dato di oggi questo deve essere paragonato non a quello, lontano, delle precedenti europee e neppure ai proclami preelettorali in cui Berlusconi ha un po’ ecceduto (ma in proposito nessuno ha il diritto di assumere atteggiamenti di stampo badogliano perché tutti noi del PdL accarezzavamo sogni di raggiungere il 40% e di diventare la prima componente del PPE), ma invece ai risultati delle politiche del 2008.
Allora l’attuale coalizione governativa ottenne circa il 47% dei voti, dato oggi confermato, decimale più, decimale meno, circostanza che dimostra come il popolo italiano non l’abbia bocciata ma anzi abbia condiviso il suo operato.
L’aspetto politicamente saliente è invece rappresentato dallo spostamento di un 2% circa di voti dal PdL alla Lega, una questione quindi del tutto interna alla maggioranza.
Occorre analizzare perché ciò è avvenuto.
Innanzitutto si deve rendere merito al partito di Bossi, i cui dirigenti sin dal 9 aprile 2008 non hanno fatto altro che pretendere il rispetto del programma elettorale, dimostrando di considerare quest’ultimo non un vuoto esercizio di parola ed uno specchietto per attirare consensi, ma un’autentica traccia per l’attività di governo.
Portando a casa il federalismo fiscale la Lega si è tenuta vicini i propri tradizionali elettori, con la sua intransigenza in tema di immigrazione e sicurezza ha intercettato tutti quei cittadini di destra delusi dalla poca chiarezza politica di alcuni settori del PdL di provenienza FI ma soprattutto AN.
Italiani che non credono nella ineluttabilità della trasformazione del nostro Paese in una società multirazziale, fondando il proprio convincimento su considerazioni etiche e culturali che superano ogni ristretta visione meramente economicistica.
Persone che non accettano di veder assurgere i gay in quanto tali a soggetto socio-politico, che rifiutano ogni discriminazione del diverso ma che ritengono altrettanto aberrante dare valore collettivo a scelte di natura personale.
Soggetti che per risolvere l’endemico conflitto mediorientale non si schierano né con Hezbollah né con gli estremisti israeliani ma sposano la teoria di due stati.
Gente, infine, che per superare i veleni della guerra civile degli anni ‘40, e della sua appendice degli anni ‘70, vuole guardare oltre per far diventare il 25 aprile la Festa della Riconciliazione senza incomprensibili e poco credibili capriole antifasciste.
Lo spostamento di voti all’interno della maggioranza non deve però far dimenticare che il PdL con il suo 35% resta di gran lunga il primo partito italiano, né che l’elettorato ha avuto fiducia nella sua opera di governo, specialmente per quanto ha saputo fare, e sta facendo, per l’emergenza rifiuti e per quella terremoto, per l’atteggiamento positivo e non di autocommiserazione con cui ha affrontato la crisi economica planetaria, per come ha saputo fare quadrato insieme alla Lega in materia di respingimenti.
Il popolo italiano non ha quindi bocciato il Governo ma anzi ha dimostrato di apprezzarne il lavoro: la strada intrapresa è quindi quella giusta ed il percorso di modernizzazione del Paese può essere ulteriormente rafforzato, per esempio trasformando la coalizione in soggetto politico unico (I.A.L. – Italia delle Autonomie e della Libertà?)
Un accenno anche al PD, il vero sconfitto di questa tornata elettorale: stavolta, senza l’alibi del voto utile, è emersa in maniera crudele l’inesistenza di ogni e qualsiasi sua progettualità, è stato ridato fiato alla sinistra comunista, che comunque ha pagato le sue incomprensibili divisioni, ha mandato in orbita l’IdV (a proposito, complimenti per la mossa di elisione di ogni riferimento personalistico nel logo del partito: dal movimento scaturisce il leader e non viceversa!), che sin da subito ha ipotizzato una nuova composizione della minoranza probabilmente attraverso la riedizione della coalizione antiberlusconiana del 2006.
Per noi sarebbe gioco facile replicare: “ma non basta aver fatto pagare già allora all’Italia le contraddizioni, l’immobilismo ed i guasti di quella nefanda esperienza?”.
E l’UDC? Ha avuto successo, ma non ha superato la sensazione di inutilità che attanaglia la sua attuale strategia.
12 Giugno 2009